Sono 150 anni che lo stivale è una nazione,
d'accordo non è nata nel migliore dei modi,
è nata da un sacco al sud e dal
sangue dei "briganti".
E' cresciuta male:
due guerre mondiali, tanti morti,
la vergogna delle leggi razziali
sostenute dai nostri padri e nonni
con l'abominio delle deportazioni.
Si è strutturata peggio:
le lobby che minano la convivenza civile,
la tentazione di limitare la democrazia,
la mancanza di coscienza civica e morale,
le mafie e i veleni nelle nostre terre.
E' arrivata alla frutta,
con un governo di piazzisti e donnine,
lontano dalle esigenze dei cittadini,
intento solo ai giochi di potere, con
un paese allo sbando.
Allora ditemi voi che c'è da festeggiare?
Le istituzioni? Non credo.
La storia? Meglio coprire buona parte di essa.
La nostra generosità? Bah, lasciamo perdere.
Io direi che da festeggiare abbiamo
i tanti milioni di italiani che ogni giorno
lavorano con onestà, lottano con coraggio,
amano la propria terra con passione,
nonostante tutto.
Abbiamo da festeggiare i milioni di italiani
che non si sentono padani o borbonici,
che, nonostante le ingiustizie della storia
dicono: "beh, ormai siamo uniti, vediamo se
riusciamo a combinare qualcosa di buono".
Dobbiamo festeggiare ora e sempre tutti
coloro che partendo da una nazione senza
speranza, con il loro impegno e il loro
sacrificio la migliorano.
Il resto è retorica.
mercoledì 16 marzo 2011
venerdì 4 marzo 2011
Crisi nordafricane: il gioco sporco del civile occidente
Contrariamente a quanto si pensa, la crisi che sta attraversando il nordafrica non è dovuta a regimi particolarmente sanguinari e corrotti, ma alla gestione finanziaria delle risorse primarie da parte delle nazioni del cosiddetto "occidente".
Cominciamo facendo un passo indietro di quasi 6 anni. Nel (poco) lontano biennio 2005/2006 alcune banche e finanziarie americane si rendono conto di avere per le mani una bomba ad orologeria.
La bolla speculativa immobiliare, infatti, ha portato ad elevare il prezzo delle case a valori fuori dal comune e i mutui concessi senza opportune garanzie potrebbero diventare a breve una perdita secca.
L'idea è semplice e diabolica: vendere i numerosissimi crediti a rischio in modo che nessuno se ne accorga. Ecco allora che i mutui "subprime" sono inseriti in prodotti finanziari e rivenduti ad altre banche che poi li hanno rifilati a ignari clienti sparsi per il mondo.
Nel frattempo aumentavano le morosità tra i debitori ma non vi erano campanelli d'allarme anche perché i primi interessi dovevano essere riscossi dai clienti a metà 2007.
A metà 2007 arriva come un turbine la crisi: non vi sono pagamenti di interessi per quei prodotti finanziari con mutui "subprime", anzi non c'è più neanche il capitale.
La perdita secca di molte banche è tale da portarle al fallimento, infatti nel periodo 2007-2009 si registrerà una lunghissima serie di chiusure.
Inoltre nelle economie mondiali si registrerà una mancanza di liquidità: praticamente si sono spostate ingenti somme di denaro a proprietari immobiliari che non reinvestono il denaro guadagnato: è l'inizio della depressione.
Con la depressione si innescano due effetti di medio termine particolarmente nefasti per le economie di mezzo mondo, in particolare per quelle più dipendenti dalle importazioni.
In primis il crollo (prevedibile e previsto) della produzione in tutti i settori, ivi compreso l'agricoltura.
In secondo luogo lo spostamento degli investimenti in beni rifugio: materie prime e le cosiddette "commodities", beni e servizi molto sicuri: energia, metalli preziosi, prodotti agricoli.
Queste due concause portano su i prezzi delle materie prime.
Però mentre per alcune di esse quali il petrolio e il gas c'è stato un bilanciamento dovuto proprio alla minore richiesta causata dalla recessione (ad esempio la centrale elettrica di Sparanise da un paio d'anni funziona al 50% a causa di una minore richiesta dovuta a tutte le fabbriche chiuse), per il grano e prodotti agricoli il prezzo è salito alle stelle.
L'IGC (International Grain Council) ha registrato da metà novembre 2010 a metà febbraio 2011 un aumento di prezzo dell'esportazione grano di circa 100 US$ (da 285 US$ a 375 US$: circa il 35%).
Tale situazione, con la contemporanea stabilità del prezzo del petrolio, sta mettendo in ginocchio proprio le nazioni che più di tutte hanno bisogno di derrate alimentari straniere, ovvero le nazioni africane, anche quelle produttrici di oro nero. Non si esclude un effetto "domino" simile in altre nazioni del medio oriente.
Risultato: nell'Africa sub-sahariana è aumentata l'indigenza, sta crescendo il numero di morti per fame, in nordafrica, crescono forti le tensioni etniche e sociali.
La questione è che diversi analisti avevano già previsto uno scenario simile, ma i governi occidentali di fronte ad una futura ecatombe, piuttosto che intervenire sulla produzione, se ne sono colpevolmente infischiati.
Non solo, oggi le nazioni occidentali stanno cercando di approfittare di questo scenario sperando di mettere le mani su una nazione ricca di greggio e gas come la Libia.
La crisi libica, a ben guardare, è un concentrato di combinazioni sospette.
La crisi comincia tra il 15 e il 16 febbraio a Bengasi.
Il 17 c'è l'appello su facebook alla mobilitazione ma quello stesso giorno è guerriglia, i rivoltosi combattono contro le truppe governative con armi da guerra.
Cominciamo facendo un passo indietro di quasi 6 anni. Nel (poco) lontano biennio 2005/2006 alcune banche e finanziarie americane si rendono conto di avere per le mani una bomba ad orologeria.
La bolla speculativa immobiliare, infatti, ha portato ad elevare il prezzo delle case a valori fuori dal comune e i mutui concessi senza opportune garanzie potrebbero diventare a breve una perdita secca.
L'idea è semplice e diabolica: vendere i numerosissimi crediti a rischio in modo che nessuno se ne accorga. Ecco allora che i mutui "subprime" sono inseriti in prodotti finanziari e rivenduti ad altre banche che poi li hanno rifilati a ignari clienti sparsi per il mondo.
Nel frattempo aumentavano le morosità tra i debitori ma non vi erano campanelli d'allarme anche perché i primi interessi dovevano essere riscossi dai clienti a metà 2007.
A metà 2007 arriva come un turbine la crisi: non vi sono pagamenti di interessi per quei prodotti finanziari con mutui "subprime", anzi non c'è più neanche il capitale.
La perdita secca di molte banche è tale da portarle al fallimento, infatti nel periodo 2007-2009 si registrerà una lunghissima serie di chiusure.
Inoltre nelle economie mondiali si registrerà una mancanza di liquidità: praticamente si sono spostate ingenti somme di denaro a proprietari immobiliari che non reinvestono il denaro guadagnato: è l'inizio della depressione.
Con la depressione si innescano due effetti di medio termine particolarmente nefasti per le economie di mezzo mondo, in particolare per quelle più dipendenti dalle importazioni.
In primis il crollo (prevedibile e previsto) della produzione in tutti i settori, ivi compreso l'agricoltura.
In secondo luogo lo spostamento degli investimenti in beni rifugio: materie prime e le cosiddette "commodities", beni e servizi molto sicuri: energia, metalli preziosi, prodotti agricoli.
Queste due concause portano su i prezzi delle materie prime.
Però mentre per alcune di esse quali il petrolio e il gas c'è stato un bilanciamento dovuto proprio alla minore richiesta causata dalla recessione (ad esempio la centrale elettrica di Sparanise da un paio d'anni funziona al 50% a causa di una minore richiesta dovuta a tutte le fabbriche chiuse), per il grano e prodotti agricoli il prezzo è salito alle stelle.
L'IGC (International Grain Council) ha registrato da metà novembre 2010 a metà febbraio 2011 un aumento di prezzo dell'esportazione grano di circa 100 US$ (da 285 US$ a 375 US$: circa il 35%).
Tale situazione, con la contemporanea stabilità del prezzo del petrolio, sta mettendo in ginocchio proprio le nazioni che più di tutte hanno bisogno di derrate alimentari straniere, ovvero le nazioni africane, anche quelle produttrici di oro nero. Non si esclude un effetto "domino" simile in altre nazioni del medio oriente.
Risultato: nell'Africa sub-sahariana è aumentata l'indigenza, sta crescendo il numero di morti per fame, in nordafrica, crescono forti le tensioni etniche e sociali.
La questione è che diversi analisti avevano già previsto uno scenario simile, ma i governi occidentali di fronte ad una futura ecatombe, piuttosto che intervenire sulla produzione, se ne sono colpevolmente infischiati.
Non solo, oggi le nazioni occidentali stanno cercando di approfittare di questo scenario sperando di mettere le mani su una nazione ricca di greggio e gas come la Libia.
La crisi libica, a ben guardare, è un concentrato di combinazioni sospette.
La crisi comincia tra il 15 e il 16 febbraio a Bengasi.
Il 17 c'è l'appello su facebook alla mobilitazione ma quello stesso giorno è guerriglia, i rivoltosi combattono contro le truppe governative con armi da guerra.
Come hanno fatto i dimostranti civili a procurarsi quelle armi?
Se la rivolta è spontanea come mai erano così ben organizzati ben prima della repressione?
Inoltre il 25 febbraio, a 10 giorni dalla rivolta, il sito israeliano DEBKAfile, di solito molto attendibile ed informato, riporta che dal 24 a Bengasi erano sbarcati consiglieri e staff militari americani, francesi e britannici per organizzare i rivoltosi.
Se confermata è ben più che una notizia: è la prova che l'occidente sta cercando di prendere Gheddafi alla gola per avere libero accesso ai tesori libici.
Gheddafi non mi sta simpatico, non è certo uno stinco di santo, ma il richiamo al tribunale dell'Aia proprio ora, con la flotta americana al largo di Tripoli e l'insurrezione organizzata dagli "alleati" sembra uno dei soliti coloriti escamotage dei governi statunitensi che cercano futili motivi per poter aggredire una nazione con un capo scomodo. Gheddafi è un criminale di guerra, vero, ma chi cerca il conflitto in Libia contro il colonnello, sarà mai processato per ciò che fa?
Inoltre sembra che ad Obama interessi molto la crisi umanitaria libica, che il governo statunitense contribuisce a peggiorare per i motivi suindicati, ma non interessi affatto la fame che nel resto dell'Africa sta uccidendo milioni di persone e che la politica economica anche statunitense ha causato.
Per il resto è storia nota: tutti i mass-media occidentali parlano già di un crudele dittatore (e probabilmente lo è) e dei bravi marines che sono andati a esportare ancora una volta la democrazia in un paese incivile e ricco di petrolio: la democrazia per il petrolio, vuoi mettere?
Se la rivolta è spontanea come mai erano così ben organizzati ben prima della repressione?
Inoltre il 25 febbraio, a 10 giorni dalla rivolta, il sito israeliano DEBKAfile, di solito molto attendibile ed informato, riporta che dal 24 a Bengasi erano sbarcati consiglieri e staff militari americani, francesi e britannici per organizzare i rivoltosi.
Se confermata è ben più che una notizia: è la prova che l'occidente sta cercando di prendere Gheddafi alla gola per avere libero accesso ai tesori libici.
Gheddafi non mi sta simpatico, non è certo uno stinco di santo, ma il richiamo al tribunale dell'Aia proprio ora, con la flotta americana al largo di Tripoli e l'insurrezione organizzata dagli "alleati" sembra uno dei soliti coloriti escamotage dei governi statunitensi che cercano futili motivi per poter aggredire una nazione con un capo scomodo. Gheddafi è un criminale di guerra, vero, ma chi cerca il conflitto in Libia contro il colonnello, sarà mai processato per ciò che fa?
Inoltre sembra che ad Obama interessi molto la crisi umanitaria libica, che il governo statunitense contribuisce a peggiorare per i motivi suindicati, ma non interessi affatto la fame che nel resto dell'Africa sta uccidendo milioni di persone e che la politica economica anche statunitense ha causato.
Per il resto è storia nota: tutti i mass-media occidentali parlano già di un crudele dittatore (e probabilmente lo è) e dei bravi marines che sono andati a esportare ancora una volta la democrazia in un paese incivile e ricco di petrolio: la democrazia per il petrolio, vuoi mettere?
E noi italiani ci prepariamo ad agganciarci al carro (funebre) dei vincitori.
venerdì 18 febbraio 2011
Amarsi per amare
La mitologia greca ha consegnato alla storia la bellissima storia di Narciso, il quale, senza voler entrare in ulteriori dettagli, si innamora della sua immagine fino ad uccidersi per essa.
Da allora il narcisismo è diventato sinonimo di egoismo, superficialità insomma di una certa fatuità nel comportamento.
Al narcisismo viene associato spesso anche il comportamento di persone che hanno una cura maggiore della propria immagine e del proprio corpo.
Nella cultura occidentale, da sempre abituata al dualismo corpo-anima dai tempi di Platone e Aristotele, passando per Cartesio fino ad oggi (corpo-mente), una persona che cura il proprio corpo è da sempre vista con diffidenza, perché sembra si occupi delle cose futili.
In questo anche la tradizione cristiana ha dato un suo contributo, basti pensare ai cilici e la mortificazione del corpo quale entità di corruzione dell'anima, recependo in questo la tradizione filosofica platonica più che aristotelica.
Dato che oggi l'attenzione al corpo è diventata più importante, c'è da chiedersi se preoccuparsi o meno di un elemento culturale del genere oppure se in passato si è sbagliato qualcosa.
Ci chiediamo insomma se questa visione dicotomica della persona è corretta o meno.
Ritorniamo all'antichità. Non tutti la pensavano come i greci.
Gli antichi romani, come al solito in maniera pragmatica, affermavano il famosissimo motto mens sana in corpore sano, non perché per loro fosse assente il dualismo mente-corpo ma perché avevano scoperto l'importanza e l'interdipendenza tra queste due entità forzatamete "spezzate" da Platone.
La stessa concezione ebraica della persona non comporta la netta separazione corpo-anima presente nella filosofia greca, per gli ebrei lo spirito vivente è tutt'uno con il corpo, quindi non una entità divisibile dallo stesso. Si parla sì, di "soffio divino" di vita per i corpi, ma non c'è la contrapposizione platonica che può portare ad un disprezzo del proprio corpo.
Oggi le ultime frontiere della scienza presentano la mente e il corpo come un unicum originale e irripetibile: insomma non entità separate; si sta cominciando a smontare definitivamente la dualità platonica anima-corpo.
La persona è dunque da vedere come una unità mente-corpo (per la scienza) o anche anima-corpo (per i fedeli). Chi disprezza l'uno a scapito dell'altro commette un errore perché non sono cose disgiunte.
E' corretto? Ed è vero anche per la religione? E pur volendo credere, come noi cristiani, che esiste l'anima, quest'ultima non è in contrapposizione con il corpo? I cilici sono validi o no?
Andiamo a leggere il Vangelo.
Gesù in due occasioni diverse afferma cose fondamentali.
Quando afferma che «non è ciò che entra nella bocca che contamina l'uomo; ma è quel che esce dalla bocca che contamina l'uomo.» (Mt 15,11), Gesù pone un limite netto alle limitazioni e prescrizioni inutili imposte al corpo (limitazioni nel cibo, nella cura dello stesso, penitenze più o meno cruente).
Non è importante che imponiamo qualcosa al nostro corpo se poi il nostro cuore serba pensieri cattivi.
Già da questa affermazione si limita la mentalità che assegna al corpo un potere "diabolico" sull'anima. Il problema non è il corpo ma l'amore o l'odio o peggio l'indifferenza per gli altri.
L'importante è amare, il resto non conta più di questo.
Allo stesso modo quando, sgombrando definitivamente il campo da equivoci, afferma «Ama il prossimo tuo come te stesso» (Mt 19,16-19), rivela una verità fondamentale: non bisogna solo amare gli altri ma bisogna amarli come si ama la propria persona.
La propria persona intesa come anima e corpo, nell'ottica della mentalità ebraica, non nell'ottica della filosofia platonica.
E se si disprezza la propria persona? Allora non si possono amare compiutamente gli altri.
Facciamo degli esempi.
Immaginiamo una persona "viziosa" (ubriacone, drogato, ma anche vizi minori: ingordo, ecc.), per lui l'altra persona è importante o perché gli fornisce "materia prima" (per alcool e droga) o perché condivide con lui il suo vizio.
Questo è un genere di affetto egoistico in primis perché finalizzato al suo vizio, in secondo luogo perché non desidera il bene dell'altro ma si desidera anche l'autodistruzione dell'altro pur di giustificare il proprio comportamento. E' un affetto che non costa niente, non costruisce relazioni serie perché non basate sull'incontro e la conoscenza dell'altro e non costruisce nulla.
Quindi l'asservimento del proprio corpo al vizio si esplicita in una incapacità assoluta ad amare gli altri.
Ancora immaginiamo una persona che non cura il proprio corpo pensando solo "all'ascesi". Per questa persona il corpo è solo un imbarazzante fardello da portarsi dietro. Tutto ciò che è corporeo è inutile. Sarà inutile curare i malanni, sarà futile prepararsi per incontrare chi si ama, sarà vanità curare l'aspetto.
Una persona del genere cercherà di imporre una simile condizione anche a chi vivrà al suo fianco. Peccato che limitando la cura e l'affetto al proprio corpo si limita notevolmente la capacità di comunicare con gli altri. Noi diciamo "ti amo" con il nostro corpo prima ancora che con la nostra parola. Chi limita forzatamente l'espressione del proprio corpo non potrà mai comunicare l'amore che può provare per gli altri.
Anche in questo caso, si presenta una forte incapacità di amare.
Viceversa chi si cura esclusivamente del corpo senza progredire mentalmente (studiando, cercando di incontrare l'altro nei propri affetti ed esigenze, spritualmente, ecc.) comunque non si ama, perché non ama l'unicità mente-corpo(-anima) della propria persona. Anche in questo caso la persona si concentrerà molto sull'attrazione verso gli altri o su ciò che può ricavare dalla propria bellezza piuttosto che cercare di amare. Insomma chi cura esclusivamente il proprio corpo non si ama appieno perchè comunque non ama l'interezza della propria persona. Anche questa categoria di persone ricade nella dualità platonica ma in senso inverso.
Amare la propria persona significa quindi amare nella pienezza la propria persona fatta di mente e corpo (o anche anima e corpo per i credenti). Significa anche capire il mondo e sviluppare le proprie capacità cerebrali allo stesso modo con il quale si cura il corpo. E qui vengono in mente le parole di San Paolo «O non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio?» (1Cor 6,19). Il corpo è un tempio da amare, curare e rispettare, non da distruggere e disprezzare, ed è tale perché è presente in esso lo Spirito di Dio (anche qui torniamo alla visione ebraica).
Come si vede l'amore verso gli altri è un fatto complesso ma non può esplicarsi senza quella personalità matura di una persona che si ama nella completezza della propria esistenza ed è capace di trasferire il proprio amore a chi gli sta accanto.
Da allora il narcisismo è diventato sinonimo di egoismo, superficialità insomma di una certa fatuità nel comportamento.
Al narcisismo viene associato spesso anche il comportamento di persone che hanno una cura maggiore della propria immagine e del proprio corpo.
Nella cultura occidentale, da sempre abituata al dualismo corpo-anima dai tempi di Platone e Aristotele, passando per Cartesio fino ad oggi (corpo-mente), una persona che cura il proprio corpo è da sempre vista con diffidenza, perché sembra si occupi delle cose futili.
In questo anche la tradizione cristiana ha dato un suo contributo, basti pensare ai cilici e la mortificazione del corpo quale entità di corruzione dell'anima, recependo in questo la tradizione filosofica platonica più che aristotelica.
Dato che oggi l'attenzione al corpo è diventata più importante, c'è da chiedersi se preoccuparsi o meno di un elemento culturale del genere oppure se in passato si è sbagliato qualcosa.
Ci chiediamo insomma se questa visione dicotomica della persona è corretta o meno.
Ritorniamo all'antichità. Non tutti la pensavano come i greci.
Gli antichi romani, come al solito in maniera pragmatica, affermavano il famosissimo motto mens sana in corpore sano, non perché per loro fosse assente il dualismo mente-corpo ma perché avevano scoperto l'importanza e l'interdipendenza tra queste due entità forzatamete "spezzate" da Platone.
La stessa concezione ebraica della persona non comporta la netta separazione corpo-anima presente nella filosofia greca, per gli ebrei lo spirito vivente è tutt'uno con il corpo, quindi non una entità divisibile dallo stesso. Si parla sì, di "soffio divino" di vita per i corpi, ma non c'è la contrapposizione platonica che può portare ad un disprezzo del proprio corpo.
Oggi le ultime frontiere della scienza presentano la mente e il corpo come un unicum originale e irripetibile: insomma non entità separate; si sta cominciando a smontare definitivamente la dualità platonica anima-corpo.
La persona è dunque da vedere come una unità mente-corpo (per la scienza) o anche anima-corpo (per i fedeli). Chi disprezza l'uno a scapito dell'altro commette un errore perché non sono cose disgiunte.
E' corretto? Ed è vero anche per la religione? E pur volendo credere, come noi cristiani, che esiste l'anima, quest'ultima non è in contrapposizione con il corpo? I cilici sono validi o no?
Andiamo a leggere il Vangelo.
Gesù in due occasioni diverse afferma cose fondamentali.
Quando afferma che «non è ciò che entra nella bocca che contamina l'uomo; ma è quel che esce dalla bocca che contamina l'uomo.» (Mt 15,11), Gesù pone un limite netto alle limitazioni e prescrizioni inutili imposte al corpo (limitazioni nel cibo, nella cura dello stesso, penitenze più o meno cruente).
Non è importante che imponiamo qualcosa al nostro corpo se poi il nostro cuore serba pensieri cattivi.
Già da questa affermazione si limita la mentalità che assegna al corpo un potere "diabolico" sull'anima. Il problema non è il corpo ma l'amore o l'odio o peggio l'indifferenza per gli altri.
L'importante è amare, il resto non conta più di questo.
Allo stesso modo quando, sgombrando definitivamente il campo da equivoci, afferma «Ama il prossimo tuo come te stesso» (Mt 19,16-19), rivela una verità fondamentale: non bisogna solo amare gli altri ma bisogna amarli come si ama la propria persona.
La propria persona intesa come anima e corpo, nell'ottica della mentalità ebraica, non nell'ottica della filosofia platonica.
E se si disprezza la propria persona? Allora non si possono amare compiutamente gli altri.
Facciamo degli esempi.
Immaginiamo una persona "viziosa" (ubriacone, drogato, ma anche vizi minori: ingordo, ecc.), per lui l'altra persona è importante o perché gli fornisce "materia prima" (per alcool e droga) o perché condivide con lui il suo vizio.
Questo è un genere di affetto egoistico in primis perché finalizzato al suo vizio, in secondo luogo perché non desidera il bene dell'altro ma si desidera anche l'autodistruzione dell'altro pur di giustificare il proprio comportamento. E' un affetto che non costa niente, non costruisce relazioni serie perché non basate sull'incontro e la conoscenza dell'altro e non costruisce nulla.
Quindi l'asservimento del proprio corpo al vizio si esplicita in una incapacità assoluta ad amare gli altri.
Ancora immaginiamo una persona che non cura il proprio corpo pensando solo "all'ascesi". Per questa persona il corpo è solo un imbarazzante fardello da portarsi dietro. Tutto ciò che è corporeo è inutile. Sarà inutile curare i malanni, sarà futile prepararsi per incontrare chi si ama, sarà vanità curare l'aspetto.
Una persona del genere cercherà di imporre una simile condizione anche a chi vivrà al suo fianco. Peccato che limitando la cura e l'affetto al proprio corpo si limita notevolmente la capacità di comunicare con gli altri. Noi diciamo "ti amo" con il nostro corpo prima ancora che con la nostra parola. Chi limita forzatamente l'espressione del proprio corpo non potrà mai comunicare l'amore che può provare per gli altri.
Anche in questo caso, si presenta una forte incapacità di amare.
Viceversa chi si cura esclusivamente del corpo senza progredire mentalmente (studiando, cercando di incontrare l'altro nei propri affetti ed esigenze, spritualmente, ecc.) comunque non si ama, perché non ama l'unicità mente-corpo(-anima) della propria persona. Anche in questo caso la persona si concentrerà molto sull'attrazione verso gli altri o su ciò che può ricavare dalla propria bellezza piuttosto che cercare di amare. Insomma chi cura esclusivamente il proprio corpo non si ama appieno perchè comunque non ama l'interezza della propria persona. Anche questa categoria di persone ricade nella dualità platonica ma in senso inverso.
Amare la propria persona significa quindi amare nella pienezza la propria persona fatta di mente e corpo (o anche anima e corpo per i credenti). Significa anche capire il mondo e sviluppare le proprie capacità cerebrali allo stesso modo con il quale si cura il corpo. E qui vengono in mente le parole di San Paolo «O non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio?» (1Cor 6,19). Il corpo è un tempio da amare, curare e rispettare, non da distruggere e disprezzare, ed è tale perché è presente in esso lo Spirito di Dio (anche qui torniamo alla visione ebraica).
Come si vede l'amore verso gli altri è un fatto complesso ma non può esplicarsi senza quella personalità matura di una persona che si ama nella completezza della propria esistenza ed è capace di trasferire il proprio amore a chi gli sta accanto.
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